Inter, il settimo centrocampista non è un lusso: ecco perché
- Samuele Vignati

- 6 giorni fa
- Tempo di lettura: 5 min
Tra calendario, rotazioni e due giocatori considerati “injury prone”, avere un settimo centrocampista potrebbe fare la differenza

In questa sessione di mercato il dibattito sull’Inter si è concentrato quasi esclusivamente sull’esterno destro o sul difensore centrale. C’è però un argomento che passa spesso in secondo piano e che, probabilmente, viene sottovalutato sia da una parte dei tifosi sia da molti addetti ai lavori: la necessità di avere un settimo centrocampista di livello all’interno della rosa.
A prima vista, osservando l’organico nerazzurro, qualcuno potrebbe pensare che sei centrocampisti siano più che sufficienti. Dopotutto, sulla carta, il reparto è ricco di qualità, esperienza e alternative. Ma il calcio moderno non si gioca più sulla carta. Si gioca ogni tre giorni, con ritmi sempre più intensi, con competizioni che si accavallano e con una gestione fisica diventata determinante quanto quella tecnica.
L’Inter affronterà una stagione in cui Serie A, Champions League, Coppa Italia e altri impegni renderanno praticamente impossibile affidarsi sempre agli stessi uomini. La profondità della rosa non rappresenta più un semplice vantaggio competitivo, ma una condizione indispensabile per restare ai vertici fino a maggio. Ed è proprio analizzando nel dettaglio il centrocampo nerazzurro che emerge un dato evidente: il settimo centrocampista non sarebbe un lusso, ma una vera assicurazione tecnica e fisica.
Calhanoglu, il vero nodo del centrocampo nerazzurro
La casistica che dovrebbe far riflettere maggiormente riguarda Hakan Calhanoglu. Il regista turco resta uno dei giocatori più determinanti dell’Inter e probabilmente uno dei migliori interpreti del ruolo in Europa. La sua qualità nel palleggio, la visione di gioco e la capacità di dare equilibrio alla squadra sono difficilmente sostituibili.
Negli ultimi anni, però, è emerso un problema che non può più essere ignorato. Calhanoglu, classe 1994, è stato costretto a convivere con una lunga serie di problemi fisici. La stagione 2024/25 era già stata caratterizzata da diversi stop muscolari, mentre anche nel 2025/26 il centrocampista è stato nuovamente frenato da numerosi infortuni, tra problemi al polpaccio, adduttori, affaticamenti muscolari e altri guai fisici che gli hanno fatto saltare complessivamente circa quindici partite ufficiali secondo i dati di Transfermarkt.
È proprio qui che entra in gioco il concetto inglese di “injury prone”, espressione utilizzata per definire quei calciatori che, per caratteristiche fisiche o per la frequenza degli stop, tendono ad avere una maggiore predisposizione agli infortuni. Non significa che un giocatore sia poco affidabile dal punto di vista tecnico, né tantomeno che sia destinato a fermarsi continuamente. Significa semplicemente che la probabilità di dover fare i conti con assenze durante la stagione è più elevata rispetto ad altri compagni.
Quando il giocatore in questione è il regista titolare dell’Inter, il problema assume inevitabilmente una dimensione diversa.
Anche Zielinski rappresenta un’incognita da non sottovalutare
L’altro nome che merita una riflessione approfondita è quello di Piotr Zielinski. Il polacco ha dimostrato nella scorsa stagione una buona continuità, riuscendo a garantire una presenza costante senza particolari problemi fisici.
Questo, però, non deve far dimenticare quanto accaduto nelle stagioni precedenti. Tra l’ultima annata disputata con il Napoli e la stagione 2024/25 con l’Inter, in cui ha giocato 1.555 minuti in tutte le competizioni contro i 2.784 minuti di questa stagione, Zielinski ha dovuto fare i conti con diversi infortuni muscolari che gli hanno impedito di trovare continuità, costringendolo a saltare numerose partite ufficiali. Anche il suo storico recente evidenzia quindi una certa fragilità fisica che impone prudenza nella gestione del giocatore.
Anche Zielinski appartiene quindi a quella categoria di calciatori che possono attraversare periodi della stagione condizionati dagli infortuni. Se questo dato viene incrociato con la situazione di Calhanoglu, il quadro cambia completamente.
Non si tratta più di valutare un singolo caso isolato, ma di considerare la concreta possibilità che, nell’arco della stagione, due centrocampisti di grande esperienza possano essere contemporaneamente indisponibili.
Il caso Mkhitaryan: un campione da gestire con intelligenza
Un’altra situazione da analizzare riguarda Henrikh Mkhitaryan. L’armeno continua a essere uno dei centrocampisti più intelligenti e affidabili del calcio europeo. La sua lettura delle situazioni di gioco, la qualità tecnica e la capacità di interpretare entrambe le fasi lo rendono ancora oggi una pedina preziosissima per Cristian Chivu.
Esiste però un aspetto impossibile da ignorare: l’età. A 37 anni sarebbe irrealistico immaginare che possa disputare sessanta partite stagionali mantenendo sempre lo stesso livello di intensità. Non si tratta di mettere in discussione il valore del giocatore, ma semplicemente di riconoscere una realtà fisiologica. Un calciatore di quell’età necessita inevitabilmente di una gestione accurata, con rotazioni studiate e minutaggi calibrati.
Proprio per questo motivo serviranno alternative credibili, capaci di permettere a Mkhitaryan di recuperare energie senza abbassare il livello qualitativo della squadra. Tuttavia, paradossalmente, quella dell’armeno rappresenta forse la situazione meno preoccupante dell’intero reparto.
Barella, Sucic e Stankovic non possono bastare
Fortunatamente l’Inter può contare su giocatori che, almeno fino a questo momento della loro carriera, non hanno mostrato una particolare predisposizione agli infortuni. Nicolò Barella rappresenta una garanzia assoluta sotto il profilo atletico oltre che tecnico. Petar Sucic offre freschezza, dinamismo e una struttura fisica importante, mentre Aleksandar Stankovic è uno dei giovani più interessanti del progetto nerazzurro.
Pensare, però, che questi tre possano sostenere praticamente da soli il peso dell’intera stagione sarebbe un errore di valutazione.
Le rotazioni diventano fondamentali quando si affrontano tre partite alla settimana. Esistono le squalifiche, gli affaticamenti, gli inevitabili cali di forma e la necessità di preservare energie per gli appuntamenti più importanti. Una squadra costruita per vincere non può ragionare esclusivamente sull’undici titolare, ma deve programmare la stagione considerando tutte le possibili variabili.
Ed è proprio in questo contesto che il settimo centrocampista assume un valore enorme.
Chivu conosce perfettamente l’importanza delle rotazioni
Cristian Chivu ha vissuto da calciatore e da allenatore stagioni ad altissimo livello e conosce perfettamente quanto sia delicato l’equilibrio di una rosa costruita per competere su più fronti.
Un tecnico non ragiona soltanto sulla qualità dei titolari. Deve pianificare settimane intere di lavoro, prevedere possibili assenze, distribuire i carichi fisici e mantenere alta l’intensità del gruppo per dieci mesi consecutivi.
Disporre di sette centrocampisti significa poter affrontare ogni emergenza senza stravolgere il sistema di gioco. Significa poter sostituire un giocatore senza abbassare il livello tecnico della squadra. Significa, soprattutto, non arrivare nei mesi decisivi con un reparto logorato da minuti accumulati eccessivamente.
La storia recente insegna che le grandi squadre europee vincono proprio grazie alla profondità della rosa e non soltanto grazie ai loro undici migliori giocatori.
Il settimo centrocampista può fare la differenza
Alla fine della stagione, spesso, la differenza tra chi conquista trofei e chi resta a mani vuote si misura nei dettagli. Una rotazione effettuata al momento giusto, un infortunio evitato grazie a una gestione intelligente, una partita affrontata con energie fresche invece che con giocatori spremuti.
Ecco perché l’Inter farebbe bene a completare definitivamente il reparto con un’altra pedina affidabile. Non sarebbe un acquisto superfluo, né un semplice riempitivo della rosa. Sarebbe una scelta strategica, pensata per prevenire le emergenze prima ancora che si presentino. Le squadre che puntano a vincere tutto non aspettano di rimanere senza alternative: si preparano in anticipo.
Se il mercato dell’Inter si chiudesse senza un ulteriore innesto in mezzo al campo, il rischio non sarebbe quello di avere una rosa corta a settembre, ma di arrivare a marzo con poche alternative proprio nel momento decisivo della stagione. È lì che si vincono i trofei, ed è lì che un settimo centrocampista potrebbe rivelarsi decisivo.









































Commenti