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Lautaro dimenticato nella finale del Mondiale: il Toro meritava un’occasione in più

Immagine del redattore: Samuele Vignati
Samuele Vignati
21 lug
Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 4 ott

Il capitano dell’Inter è rimasto in panchina per tutta la partita nonostante il gol che aveva regalato la finale all’Albiceleste



Ci sono sconfitte che fanno male. E poi ce ne sono altre che, oltre al risultato, lasciano dietro di sé interrogativi destinati a far discutere per settimane e la finale del Mondiale 2026 tra Spagna e Argentina è sicuramente una di queste.


La Roja ha conquistato il titolo mondiale imponendosi per 1-0 ai tempi supplementari grazie alla rete di Ferran Torres, al termine di una partita dominata sul piano del gioco e del possesso. L’Argentina, invece, è rimasta praticamente impotente, incapace di trovare contromisure e, soprattutto, incapace di creare veri pericoli davanti alla porta spagnola.


Tra le tante scelte che hanno fatto discutere, una spicca più delle altre: quella di Lionel Scaloni di lasciare Lautaro Martinez in panchina per tutti i 120 minuti della finale. Zero minuti. Zero occasioni per incidere. Zero possibilità di ripetere quanto fatto appena pochi giorni prima contro l’Inghilterra.


E la domanda, inevitabilmente, nasce spontanea: davvero il Toro meritava questo trattamento?


L’eroe della semifinale dimenticato nel momento decisivo


Solo pochi giorni prima tutto sembrava scritto diversamente.


Nella semifinale contro l’Inghilterra, l’Argentina era a pochi minuti da un’eliminazione clamorosa. Sotto 1-0 fino all’85’, la Selección trovò prima il pareggio con Enzo Fernandez e poi, al 92’, il colpo di testa di Lautaro Martinez che completò una rimonta destinata a entrare nella storia recente dell’Albiceleste. Un gol pesantissimo, arrivato dopo l’assist di Lionel Messi, che regalò all’Argentina la seconda finale mondiale consecutiva.


Fu un’esplosione di gioia. Lautaro pianse, abbracciò i compagni e raccontò di aver sognato quel momento fin da bambino. Era la sua rivincita personale dopo le difficoltà vissute al Mondiale del 2022 e sembrava il preludio a un ruolo da protagonista anche nell’ultimo atto del torneo.


Invece, pochi giorni dopo, tutto è cambiato.


Una finale vissuta soltanto dalla panchina


Quando l’arbitro ha dato il via alla finale contro la Spagna, il nome di Lautaro non figurava tra gli undici titolari.


Scaloni ha confermato Julian Alvarez al centro dell’attacco, nonostante un Mondiale tutt’altro che esaltante dal punto di vista realizzativo. Una scelta che poteva essere comprensibile prima del calcio d’inizio, ma che ha iniziato a far discutere con il passare dei minuti.


La Spagna ha preso il controllo della gara fin dalle prime battute, monopolizzando il possesso palla e costringendo l’Argentina a difendersi molto bassa. Emiliano Martinez è stato più volte decisivo nel tenere in piedi i campioni del mondo, ma offensivamente la Selección non è praticamente mai riuscita a rendersi pericolosa.


Eppure, mentre la partita scorreva, Lautaro continuava a restare seduto.


Zero tiri in porta: un dato che pesa tantissimo


C’è un numero che racconta meglio di qualsiasi analisi quanto abbia sofferto l’Argentina: zero.


Sono infatti stati zero i tiri nello specchio della porta prodotti dalla squadra di Scaloni durante una finale nella quale la Spagna ha controllato il ritmo dall’inizio alla fine.


In una partita nella quale mancavano profondità, presenza in area e capacità di attaccare i cross, viene inevitabile chiedersi se un centravanti come Lautaro avrebbe potuto offrire qualcosa di diverso.


Naturalmente nessuno può sapere come sarebbe andata. Il calcio non si riscrive con i “se”. Ma è altrettanto vero che, quando una squadra non riesce nemmeno a calciare verso la porta avversaria, è legittimo interrogarsi sulle scelte offensive.


I numeri del Toro parlano da soli


C’è poi un altro aspetto che rende ancora più sorprendente la gestione di Lautaro.


Nel corso dell’intero Mondiale ha giocato appena 311 minuti complessivi, eppure è riuscito a mettere insieme tre gol e un assist a Enzo Fernandez che si è rivelato decisivo per superare l’Egitto.


Una media realizzativa impressionante, considerando lo spazio ridottissimo che gli è stato concesso. Ogni volta che è stato chiamato in causa ha dato l’impressione di poter cambiare la partita. È accaduto contro l’Inghilterra, ma anche durante il resto della competizione, dimostrando di essere uno degli uomini più incisivi dell’attacco argentino.


Proprio per questo sorprende ancora di più vedere il suo minutaggio fermarsi a quota zero nella partita più importante.


Scaloni cambia tutto… tranne l’attaccante


Durante la finale l’Argentina è stata costretta anche a fare i conti con diversi problemi fisici.


Gli infortuni hanno obbligato Scaloni a utilizzare numerosi cambi nel reparto difensivo, modificando continuamente la linea arretrata per arginare le continue iniziative della Spagna. Con il passare dei minuti, però, ci si aspettava anche una mossa offensiva, soprattutto durante i tempi supplementari.


Invece il commissario tecnico argentino ha scelto un’altra strada. L’ingresso di Giuliano Simeone è servito principalmente per aumentare il sacrificio difensivo e la pressione senza palla, nel tentativo di contenere una Spagna che continuava ad attaccare.


Una decisione che ha sorpreso molti osservatori, perché se c’era un momento in cui tentare il tutto per tutto, era proprio quello.


Forse non sarebbe cambiato nulla


La Spagna è stata nettamente superiore.


Ha comandato il possesso, ha creato più occasioni, ha costretto Emiliano Martinez a diversi interventi decisivi e, alla lunga, ha trovato il meritato gol vittoria con Ferran Torres al 106’.


Forse nemmeno l’ingresso di Lautaro avrebbe cambiato il destino della finale e la Roja avrebbe comunque trovato il modo di vincere, perché il dominio tecnico degli uomini di Luis de la Fuente era semplicemente troppo evidente.


Ma una cosa resta difficile da comprendere: perché non provarci?


Quando una squadra fatica a costruire gioco e non riesce praticamente mai a impensierire il portiere avversario, lasciare in panchina il tuo centravanti più efficace appare una scelta destinata inevitabilmente a essere discussa.


Julian Alvarez ha convinto davvero?


Il confronto con Julian Alvarez è inevitabile.


L’attaccante dell’Atletico Madrid ha mantenuto la fiducia del commissario tecnico anche nelle partite decisive del torneo, nonostante una condizione che, per larghi tratti del Mondiale, è sembrata lontana dalla sua migliore versione.


Scaloni ha continuato a puntare su di lui, preferendolo sistematicamente a Lautaro.


Una scelta tecnica che va rispettata, ma che oggi, alla luce del risultato e soprattutto della prestazione offensiva dell’Argentina, appare ancora più difficile da giustificare.


Perché quando il tuo centravanti titolare fatica e quello che parte dalla panchina continua invece a incidere ogni volta che entra, è normale aspettarsi almeno un’opportunità.


Quell’opportunità, però, non è mai arrivata.


Un trattamento che il capitano dell’Inter non meritava


Dal punto di vista nerazzurro rimane inevitabilmente un pizzico di amarezza.


Lautaro Martinez aveva dimostrato ancora una volta di saper essere decisivo nei momenti che contano, aveva trascinato l’Argentina in finale con un gol pesantissimo e risposto presente ogni volta che era stato chiamato in causa. Eppure, nella serata più importante, è stato costretto a osservare tutto dalla panchina.


È difficile sostenere con certezza che il suo ingresso avrebbe cambiato la storia della finale, nessuno può affermarlo con onestà. Ma è altrettanto difficile pensare che meritasse di restare spettatore per 120 minuti mentre la sua squadra faticava terribilmente a costruire anche una sola occasione da gol.


Per un giocatore che aveva appena spedito l’Argentina all’ultimo atto del Mondiale con una rete destinata a entrare nella storia della Selección, probabilmente ci si poteva aspettare qualcosa di diverso.


E forse è proprio questo il rammarico più grande: non tanto la sconfitta contro una Spagna semplicemente superiore, quanto la sensazione che il Toro non abbia mai avuto la possibilità di provarci davvero.


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